Una corona di mosche morte

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Raccolgo gli aerei assieme alle mosche in piccoli recipienti. Ogni volta che afferro una mosca per le ali, cerca di liberarsi; allora la blocco contro il muro della stanza, fino a quando sento il rumore sordo della piccola esplosione del suo corpo e posso ammirare il colore scuro del suo sangue sulle mie unghie.

Mi allungo per terra, il sole di Raqqa d’estate è più martellante delle bombe. Delle fiamme salgono da terra. Faccio finta di essere morto, prego che le mosche non si raccolgano sul mio volto, come le ho viste fare con i morti del quartiere. Non vengono. Cerco un insetto in volo e lo uccido. Mi piace uccidere.

Metto le mosche in un recipiente trasparente, vicino alla finestra, e le lascio seccare lentamente, alla luce del sole. Scendo per strada, mi aggiro attorno al cassonetto verde dell’immondizia, tendo le mie imboscate, rientro con un barattolo pieno di mosche vive.

Gli aerei sorvolano la città. Mi allungo sotto il letto, guardo i recipienti con le mosche, vicino alla finestra, non voglio che siano uccise dagli aerei, quando si allontanano le uccido io.

Mi addormento, nel sonno vedo il mio corpo, altissimo, emergere dalle case, afferrare gli aerei e scagliarli nel recipiente delle mosche. Nella stanza ho nascosto molti barattoli, con le mosche morte penso di fabbricare delle corone, per distribuirle un po’ a tutti, in città, e dividerci l’autorità su questo basso mondo. Decido di smettere di cacciare mosche: forse, mi dico, smetteranno anche i bombardamenti.

Mi allungo per strada, chiudo gli occhi, aspetto che i vermi vengano a camminare sul mio corpo. Non vengono. Mi copro a metà di pietre e terra, come i morti che troviamo all’improvviso tra le macerie, ma i vermi non vengono. Forse devo farmi trovare anch’io sottoterra perché si decidano a venire. Dichiaro fallita la caccia ai vermi.

Dal cielo cade un barile, vedo da lontano il fumo, mi pento di avere interrotto la guerra alle mosche. La prossima volta sarò spietato. Salgo in camera, verso della resina in una grande barattolo e mi fabbrico una corona. Torno a casa, cerco di imitare il rumore degli aerei per far paura ai vicini, ma nessuno mi dà retta. Sanno riconoscere perfettamente un aereo di Assad da uno russo o americano.

Mi addormento, e nel sogno corro in cerca di qualcuno, come quando caccio le mosche per strada: imito il loro ronzio, mi aggiusto la corona sulla testa. Corro, e grido sempre più forte, nella speranza di fare paura agli aerei.

di Amer Matar
Scrittore e giornalista siriano di Raqqa, vive a Berlino
Testo pubblicato il 4 gennaio da al-Quds al-arabi
Traduzione di Luisa Orelli

http://www.oasiscenter.eu/it/articoli/jihadismo-e-violenza/2016/01/23/vivere-sotto-i-bombardamenti-a-raqqa#.VqNZykYQLSE.facebook

 

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